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Avvocato Difesa Accusa Contraffazione del Marchio

Dalla moda all’arte, dal design all’artigianato, dai prodotti agroalimentari ai cosmetici e i profumi, l’Italia è sempre stata riconosciuta per l’originalità e qualità dei suoi prodotti a livello mondiale, e come ogni fenomeno di grande successo si è trovata a dover fare i conti con problematiche di non poco conto.


L’ annoso problema della contraffazione rappresenta una constante minaccia per le nostre imprese e per il Made in Italy in generale.

Secondo i dati raccolti dal Censis nel 2017 gli Italiani hanno speso circa 7 miliardi e 300 milioni di euro in prodotti contraffatti, cioè prodotti falsi che vengono spacciati per veri, con un riscontrato aumento del 3,4% rispetto l’ultimo dato raccolto che era di 6 miliardi e 900 milioni di euro del 2015.

I numeri dell’industria del falso son più allarmanti se si pensa che, secondo i dati dell’agenzia mondiale delle dogane il giro d’affari ammonta a 500 miliardi di euro, circa il 7% dell’economia mondiale. Di conseguenza, sono moltissimi anche i miliardi che vengono sottratti al circuito dell’economia legale e delle esportazioni.
La contraffazione purtroppo è un fenomeno di frode illecita in constante crescita soprattutto attraverso i canali del web che non sono adeguatamente regolamentati.

La semplicità con cui i prodotti possono essere reperiti ne ha sicuramente agevolato lo sviluppo.

È possibile trovare prodotti contraffatti sulle bancarelle per strada o all’interno di magazzini, oppure, come già accennato, possono essere acquistati tramite un click su una qualsiasi pagina web.

In questo modo, i prodotti falsi, arrivano direttamente a casa dell’acquirente tramite un qualsiasi corriere dopo aver viaggiato attraverso i più classici mezzi di trasporto quali aerei, navi o camion.


Tra i prodotti più contraffatti primeggiano i capi di abbigliamento e le calzature ma anche i prodotti alimentari DOP e IGP sono tra questi.



I danni causati da questo business del falso sono molteplici sia per le aziende, per le quali è divenuto urgente ed indispensabile proteggere il proprio prodotto, tutelandosi con brevetti e marchi; sia per il consumatore (spesso inconsapevole) che vede messa a rischio la propria sicurezza, poiché non saranno garantiti i canoni di genuinità e qualità del prodotto.

Alterazione o uso di Marchi e segni distintivi ex art. 473 CP

Il legislatore italiano, con la norma contenuta dall’art. 473 del codice penale, ha voluto tutelare la fede pubblica del consumatore messa a rischio dalla “contraffazione, alterazione o uso di marchi o segni distintivi” che, come da indirizzo della giurisprudenza, deve intendersi, oltre che la riproduzione integrale del prodotto in tutti i suoi dettagli, anche la sua falsificazione parziale o imitazione fraudolenta, tale da poter appunto trarre in inganno lo stesso consumatore il quale ripone la sua fiducia in quei dettagli simbolici, es. il marchio, che ne garantiscono qualità e provenienza.

È possibile ritenere che il legislatore abbia inteso tutelare solo i marchi registrati ma la Cassazione con una sentenza del 2009 ha esteso la tutela anche a coloro che non abbiano ancora ottenuto la registrazione del marchio od ottenuto già il brevetto, ma che hanno proceduto, secondo le norme di legge, alla presentazione della relativa domanda, contenente la descrizione dei modelli di cui si rivendica l’esclusiva al fine di renderne conoscibile il modello ed illecita la sua riproduzione. 

La suddetta norma, punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 2.500 euro a 25.000 euro, chiunque potendo essere a conoscenza del titolo di proprietà intellettuale in capo ad un determinato soggetto giuridico, su prodotti industriali, nazionali o esteri, procede ad una riproduzione abusiva di tali prodotti o altera marchi e segni distintivi in modo tale da poter trarre in inganno il consumatore circa la provenienza del prodotto; viene inoltre punito chi ne fa solo uso senza aver concorso nella contraffazione o alterazione.


Si qualifica come propedeutico alla repressione del consequenziale espletamento di tali condotte l’art. 474 c.p., che punisce quel complesso di atti successivi alla contraffazione e all’alterazione dei segni distintivi, quali l’introduzione nel territorio dello stato, la detenzione, la vendita di prodotti contraffatti al fine di trarne un profitto. Rischiando in tal modo la reclusione fino a 4 anni e una multa fino a 35.000 euro nell’ipotesi più grave dell’introduzione nel territorio dello stato di prodotti falsi.

Difesa dall'accusa di contraffazione del marchio

Nell’ipotesi in cui si venga incriminati poiché la propria condotta potrebbe essere potenzialmente idonea ad integrare il reato di cui all’art. 473 c.p. ed eventualmente art. 474 c.p., il difensore dovrà in primo luogo considerare che la norma incriminatrice tutela la fede pubblica intesa come la fiducia che i consumatori ripongono nei marchi e nei segni distintivi che contraddistinguono la genuinità del prodotto industriale o dell’opera dell’ingegno.


L’inganno del consumatore viene meno, ad esempio, nelle ipotesi di falsificazione grossolana del prodotto o del segno distintivo (cd. falsi palesi), poiché trattasi di contraffazioni che non creano confusione nel consumatore medio al momento dell’acquisto, data la riconoscibilità ad occhio nudo della sua non genuinità.


Potrebbe quindi trattarsi di un caso di reato impossibile regolato dall’art. 49 c.p., il quale al secondo comma afferma che “la punibilità è esclusa quando, per l’inidoneità dell’azione o per la inesistenza del suo oggetto, è impossibile l’evento dannoso o pericoloso” , risulterebbe quindi impossibile la lesione della fede pubblica trattandosi di falsi palesi, inidonei a trarre in inganno la collettività.


Ulteriore valutazione riguarderà le caratteristiche intrinseche dei prodotti specialmente riguardo quei casi in cui la falsificazione non sia qualificabile come grossolana ma come innocua. Quali ad esempio la fattura dello stesso, i materiali utilizzati per la sua produzione, la grafica, le rifiniture; complesso di elementi grazie ai quali sarà possibile poter escludere l’idoneità della contraffazione dei marchi e il rischio per il consumatore di cadere in errore.


Sequestro del Marchio

In subordine, avendo riguardo al numero esiguo dei capi sottoposti a sequestro, modalità della condotta e la loro limitata portata offensiva, chiedere l’applicazione dell’art 131 bis c.p.p vista la particolare tenuità del fatto.


Non sarà riscontrata contraffazione neanche nel caso di reinterpretazione parodistica di marchi noti.

Nell’ipotesi in cui vengano creati e messi in vendita capi d’abbigliamento nuovi ed originali, caratterizzati però da motivi ornamentali ironici creati sfruttando loghi molto noti al pubblico, si dovrà in primo luogo considerare se tali prodotti siano idonei a creare confusione nel consumatore.

Tale elemento di confusione risulta essenziale affinché possa integrarsi la fattispecie delittuosa della contraffazione.

Se il fine palesemente ironico dei capi di abbigliamento in oggetto è immediatamente ravvisabile dal consumatore medio, che sarà, quindi, in grado di raccogliere il messaggio parodistico e riconoscere la differenza di provenienza del capo d’abbigliamento, non sarà messa a rischio la fede pubblica del consumatore stesso.

Va ulteriormente osservato che la sola circostanza che il segno distintivo venga utilizzato per beni dello stesso genere non è sufficiente ad integrare la fattispecie delittuosa, non sarà idonea a provare la confondibilità tra i prodotti.

Quindi una riproduzione ironica di marchi celebri, inidonea a creare confusione con i prodotti tutelati dai marchi registrati è dunque incompatibile con la contraffazione che, si ripete, deve essere invece connotata dalla idoneità del prodotto che si assume falsificato a confondersi con l’originale.

Pertanto, tali marchi non saranno idonei a creare confusione con i famosi marchi registrati e non trattandosi di una riproduzione meramente imitativa ma una riproduzione a fini parodistici quindi artistici non sarà neanche penalmente perseguibile ai sensi dell’art.49 c.p.

L'offensività come presupposto del reato di contraffazione

In tema di contraffazione del marchio diverse sono le pronunce tendenti a riconoscere il difetto di offensività della condotta e come tale non punibile ai sensi dell’art 49 c.p.

Il Tribunale di Roma con sentenza n. 8894 del 6 agosto 2018 ha assolto una cittadina cinese del reato di ricettazione e detenzione di prodotti con marchio contraffatto perché il fatto non sussiste.

Marchio contraffatto e modalità di vendita

La Corte ha ritenuto che non può essere accertato alcun pericolo per il bene giuridico tutelato del reato di contraffazione laddove la riproduzione delle caratteristiche del prodotto e del marchio sia talmente maldestra da rendere riconoscibile la contraffazione stessa anche in considerazione del luogo di vendita.

Di notevole interesse è anche la pronuncia della Corte di Cassazione n.38382 del 1 agosto 2017 nella quale un soggetto era stato ritenuto responsabile dalla Corte d’appello per aver detenuto ai fini della vendita prodotti con marchi contraffatti.

Nel caso in esame la suprema Corte ha ritenuto annullare la sentenza del giudice di gravame disponendo rinvio, per via della erronea motivazione del giudice che aveva concentrato la sua motivazione sulle modalità della vendita del prodotto al fine di sostenere l’inidoneità del caso di falso innocuo, invece che concentrare la sua valutazione sugli elementi intrinseci del prodotto affinché la condotta non possa ritenersi punibile ai sensi dell’art.474 c.p.

Si è ritenuto così dare irrilevanza alle modalità di vendita poiché tale azione non lede il bene giuridico oggetto di tutela della nota disciplina, essendo esso la fede pubblica. Circoscrivendo cosi l’offensività della condotta ai soli casi in cui la contraffazione sia idonea a mettere a rischio l’affidamento dei consumatori su marchi o segni distintivi.

Esiguo numero di prodotti contraffatti

Degna di nota è anche la sentenza n. 48109 del 22 settembre 2017 della Corte di Cassazione che ha annullato la sentenza d’appello per inosservanza e difetto di motivazione riguardo l’art.131 bis oggetto della richiesta difensiva di non punibilità in virtù della particolare tenuità del fatto, in considerazione del carattere innocuo del falso.

Il soggetto imputato era stato accusato ai sensi dell’art. 474 per la vendita di capi contraffatti, la richiesta difensiva di applicazione della causa di non punibilità ex art.131 bis c.p. non è preclusa dalla pena comminata per il reato di cui all’art. 474 c.p., pertanto è sembrato meritevole di ulteriore esame, alla suprema corte, rideterminare la pena in considerazione della mancata pronuncia in merito alla causa di non punibilità prevista dall’art. 131 bis.

Viene, così, dato rilievo ad alcune circostanze quali l’esiguo numero dei prodotti contraffatti messi in vendita unito alla falsificazione grossolana della contraffazione.

Sembra condivisibile sostenere che i margini di applicazione del reato impossibile alla casistica della contraffazione grossolana sono veramente limitati.

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