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Rimozione dei Contenuti dai Motori di Ricerca - Diritto all'Oblio

Il diritto all'oblio consente la rimozione di informazioni indicizzate nei risultati dei motori di ricerca, scongiurando in tal modo l’accesso del dato da soggetti terzi da qualunque parte del mondo.

Con la Direttiva 95/46/CE, il cui articolo 17 riconosce e tutela il diritto all'oblio, l’Unione Europea ha fornito una delle prime basi giuridiche alla disciplina in materia di protezione dei dati, sebbene la giurisprudenza globale si sia pronunciata anche in precedenza per regolamentare la protezione degli individui nell’ambito di Internet.

Ad esempio, la Suprema Corte italiana ha categorizzato il diritto all’oblio riconoscendolo ogniqualvolta la pubblicazione della notizia fosse da ritenere non pertinente ed eccessiva (cfr Cassazione Civile 16111/2013) al pari della giurisprudenza di merito (cfr Tribunale di Roma 23771/2015).

Richiesta Cancellazione Dati Personali

La normativa in materia di protezione dei dati su cui poggia il diritto all’oblio, autorizza l’interessato al trattamento dei dati personali a chiedere al titolare del trattamento di rimuovere qualsiasi informazione che possa identificarlo anche in maniera indiretta.

Motori di Ricerca titolari del trattamento

I titolari del trattamento ai quali è rivolta la richiesta di rimozione sono gli operatori dei motori di ricerca che, non limitandosi a caricare dati in una pagina web, elaborano i dati personali: Google o Bing o Yandex sono quelli che più frequentemente si rinvengono nei precedenti legali. Poiché l’elaborazione dei dati è finalizzata a rendere noti agli utenti dati che possono contenere informazioni private correlate al nome di un individuo, tale trattamento è astrattamente idoneo a pregiudicare i diritti fondamentali, la privacy e alla protezione dei dati. Per tale ragione, il motore di ricerca può essere costretto a subordinare il proprio interesse economico al rispetto dei diritti fondamentali riconosciuti all’interessato.

Diritto alla Deindicizzazione e Rimozione dai risultati di ricerca

In relazione all'area UE, il diritto alla deindicizzazione e alla rimozione dei risultati di ricerca sono attualmente regolamentati dalle normative interne in materia di protezione dei dati, che vengono applicate nel caso in cui il motore di ricerca ingiustificatamente rifiuti di assecondare la richiesta dell’interessato. In questo caso, e purché il motore di ricerca disponga di società controllate aventi sede nel territorio dello Stato Membro di appartenenza, il soggetto interessato al trattamento dei dati può rivolgersi alle singole Autorità di protezione dei dati o ai Tribunali nazionali.

Il diritto all’oblio per i personaggi pubblici

Il rilievo pubblico di alcuni personaggi può comportare un affievolimento del relativo diritto all’oblio rispetto alla tutela più ampia dello stesso accordata alle singole persone fisiche. Per personaggio pubblico si intende comunemente chi gode di un’elevata esposizione mediatica dovuta alla carriera politica, professionale.

L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa nel 1998 ha varato la Risoluzione n. 1165 sul diritto alla privacy, delineando la figura dei soggetti pubblici. Essi vengono definiti "persone che ricoprono cariche pubbliche e/o utilizzano risorse pubbliche e, più in generale, tutti coloro che svolgono un ruolo nella vita pubblica, la politica, l'economia, le arti, la sfera sociale, lo sport o in qualsiasi altro settore."

Discriminazione delle Informazioni: autenticamente private e ordinariamente private

Mentre le informazioni riguardanti lo stato di salute o la famiglia dovrebbero essere considerate attinenti alla sfera più privata dei soggetti pubblici e per questo sottratte all’indicizzazione, tutte le altre informazioni, anche quelle comunemente ritenute di carattere privato, potrebbero essere considerate rilevanti per l’interesse pubblico in ragione del loro ruolo nella vita sociale e i risultati di ricerca ad esse correlati potrebbero non essere sottoposti a deindicizzazione.

La Corte Europea per i diritti dell’uomo nel 2012 ha statuito che la particolare protezione accordata alla vita privata del singolo individuo non può essere riconosciuta ai soggetti pubblici quando le informazioni ad essi correlate riguardino “fatti in grado di contribuire ad alimentare il dibattito nella società democratica”.

Criteri applicati per la deindicizzazione

Nel caso in cui l’interessato si rivolga all’Autorità interna, prima di procedere alla deindicizzazione la Data Protection Agency (DPA) è tenuta a prendere in considerazione i dodici criteri dettati dal Gruppo di lavoro istituito dall’Articolo 29 della Direttiva CE 95/46.

Prima ancora di valutare il ruolo pubblico del richiedente e la conseguente pertinenza delle relative informazioni attinenti la sfera privata, il primo criterio da prendere in considerazione è se il richiedente è una persona fisica e se il risultato di ricerca è direttamente correlato al suo nome o pseudonimo.

Il terzo criterio, se l’interessato è un minore, è quello del “miglior interesse per il bambino” che spesso porta all’accoglimento della richiesta.

Il quarto criterio da valutare è l’accuratezza dei dati riferiti o la quantità di dati fattuali contenuti dal momento che la deindicizzazione presuppone che i dati siano evidentemente inesatti, inadeguati o fuorvianti.

Il quinto criterio attiene alla pertinenza e non eccessività dei dati rispetto alle finalità del trattamento con riferimento all’interesse pubblico nell’accesso alle informazioni, relativamente alla carriera professionale dell’interessato, alla vetustà delle informazioni, alla potenzialità offensiva e alla sua natura di opinione o di dato fattuale.

Il sesto criterio è determinato in base all’articolo 8 della Direttiva 95/46/EC che statuisce come i dati sensibili in materia di salute e orientamento sessuale o religioso siano quelli maggiormente influenti sulla vita privatadell’interessato e quindi più facilmente soggetti alla rimozione.

Inoltre, sono maggiormente deindicizzabili i dati obsoleti e non attuali, mentre l’ottavo criterio attiene al pregiudizio causato da un impatto sproporzionalmente negativo sulla privacy dell’individuo, rispetto al pubblico interesse. Tra gli altri criteri da considerare per le DPA, l’eventuale rischio che la pubblicazione di un dato possa comportare furto di identità o altre situazioni penalmente rilevanti come lo stalking.

Il decimo criterio riguarda il contesto in cui avviene la pubblicazione e l’esistenza del consenso da parte dell’interessato. Un ulteriore parametro è dato dall’esistenza di uno scopo giornalistico dietro alla decisione di pubblicare un contenuto originale fin tanto che non urti contro le disposizioni di legge relative al trattamento dei dati da parte dei motori di ricerca. Inoltre, le DPA sono tenute a valutare la deindicizzazione sotto il profilo legale della mancanza di facoltà o di obbligo giuridico a rendere pubblica un’informazione, mentre, da ultimo, quando l’informazione riguardi un precedente penale, dovrebbero essere presi in considerazione la gravità del reato e la sua collocazione temporale.

Pertinenza e non eccessività rispetto alle finalità del trattamento

Uno dei criteri maggiormente utilizzati per la deindicizzazione è quello della pertinenza dei dati e della loro non eccessività rispetto alle finalità del trattamento. La pertinenza può essere messa in relazione alla vetustà della notizia in quanto una informazione risalente nel tempo è considerata meno pertinente di una recente.

Sotto-criteri: lavoro, offesa, fatto reale

Inoltre, i dati dovrebbero essere ritenuti pertinenti e non eccessivi anche in riferimento a tre sottocategorie.

La prima riguarda l’appartenenza delle informazioni alla sfera lavorativa del soggetto interessato, poiché esse sono meno tutelabili di quelle riguardanti la vita privata in quanto meno capaci di arrecare pregiudizio ed invero, la pertinenza è proporzionata all’attualità della carriera lavorativa in relazione alla natura del lavoro e all’interesse pubblico alla sua conoscenza, purché i dati non siano eccessivi. In secondo luogo, va valutato se l’informazione travalichi gli scopi del trattamento e costituisca un’offesa per l’interessato, purché possa considerarsi di rilevanza penale o sia comunque contra legem.

In ultima analisi, il riferimento è all’eventualità che l’informazione rifletta una opinione personale o sia piuttosto un fatto reale verificato, poiché il risultato di ricerca non può essere deindicizzato per il sol fatto che si riferisca ad un’opinione per quanto spiacevole essa sia.

Il consenso dell’interessato

Anche il contesto in cui vengono pubblicati i dati gioca un ruolo fondamentale nella valutazione della richiesta di deindicizzazione dei risultati poiché l’accoglimento è più verosimile qualora l’interessato non abbia volontariamente reso pubblico il dato o comunque non abbia avuto l’intenzione di renderlo tale. Infatti, se il presupposto giuridico per la liceità della pubblicazione è il consenso dell’interessato e questi lo revochi o non sia messo in condizione di poterlo fare, la pubblicazione perde liceità e il risultato di ricerca può essere rimosso.

Decisione del Garante della Privacy in materia di pertinenza dei dati

Con il provvedimento emanato nel 2016 il Garante della Privacy ha ordinato a Google Inc. di deindicizzare il risultato di ricerca collegato ad una informazione non pertinente ed eccessiva, sulla base degli articoli 2, comma 1, 3, comma 1, 11 comma 1, lett. b) e e) e comma 2 del D. Lgs. 196/2003.

La vicenda nasce dalla richiesta formulata al motore di ricerca da parte di un soggetto interessato di rimuovere i link alla notizia di un reato commesso nel 2004 e collegato alla detenzione di stupefacenti.

I risultati di ricerca che apparivano sulla pagina di Google rimandavano ad alcuni siti di informazione online contenenti il nome dell’interessato ed altre informazioni personali che lo rendevano facilmente identificabile. L’interessato, sostenuto da un Avvocato di fiducia, propone reclamo per la rimozione dei risultati di ricerca essendo le relative informazioni non pertinenti e ormai non attuali.

Il Garante per la Privacy, basandosi sulla decisione della Corte di Giustizia europea n. C-131/12 Google Spain v. Gonzalez, evidenzia come non sussista un interesse pubblico ad accedere ad una informazione risalente nel tempo, soprattutto quando il soggetto crescendo abbia definitivamente cambiato stile di vita. Sebbene la mancanza di pertinenza sia considerata altamente lesiva della vita sociale e lavorativa dell’individuo, Google aveva rifiutato di rimuovere i link, giustificando la decisione con il fatto che persisteva un interesse pubblico a conoscere determinate informazioni.

Linee guida di applicazione emanate dalla Corte di Giustizia

Il Garante prende in considerazione sia le Linee Guida di applicazione emanate dalla Corte di Giustizia UE sull’articolo 29 emanate il 26 novembre 2014 le quali contengono il principio che le informazioni risalenti a molti anni addietro sono meno pertinenti rispetto a quelle attuali, sia la sentenza n. 16111/2013 della Corte di Cassazione, in cui viene affermato che il diritto all’oblio è leso ogni volta che l’informazione pubblicata non sia pertinente e adeguata alle finalità del trattamento.

Per le suddette ragioni, il Garante ordina a Google di rimuovere e deindicizzare i link ai siti web che riportavano tale informazione, in base agli articoli 143, comma 1, lett. b) e 154, comma 1, lett. c) del Codice in materia di protezione dei dati personali.

Sentenza della Corte UE di giustizia Google v. Costeja Gonzalez

Il precedente giuridico più importante in materia di protezione dei dati applicati ai motori di ricerca è la decisione resa dalla Corte di Giustizia UE il 13 maggio 2014 tra Google Spagna SL, Google Inc v Agencia Española de Protección de Datos, Mario Costeja González. Con tale sentenza, la Corte ha stabilito che "occorre sottolineare che la constatazione di un diritto siffatto non presuppone che l’inclusione dell’informazione in questione nell’elenco dei risultati arrechi un pregiudizio all’interessato” ed ha altresì chiarito che, in base agli articoli 7 e 8 della Carta UE dei Diritti Fondamentali nonché all'articolo 12 (b) e all’articolo 14, comma 1, lett. a) della direttiva 95/46/CE, i motori di ricerca devono accogliere la richiesta di deindicizzare i collegamenti a risultati di ricerca in grado di ledere la privacy del richiedente, il quale può rivolgersi alle competenti autorità nazionali in caso di rigetto della richiesta.

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