Richiesta di aumento “in nero” del canone e minaccia di sfratto non è estorsione (art. 629 c.p.)
Non integra il reato di estorsione patrimoniale la richiesta di una integrazione "in nero" del canone di affitto con conseguente minaccia di sfratto.
Essere proprietari di un immobile sia esso appartamento, un negozio concesso in locazione significa avere la libertà di scegliere l’importo del canone da richiedere ai potenziali conduttori.
Zona strategica e commerciale, ottime condizioni dell’immobile, disponibilità di aree parcheggio o ottima visibilità sono tutti elementi che influenzano notevolmente la richiesta del canone di locazione.
Molto spesso, inoltre, il successo di un’attività commerciale o di impresa dipende proprio dal posto, dalla sua raggiungibilità o posizione strategica. E quando la fortuna di un’impresa deriva, oltre che dalla capacità dell’imprenditore, ristoratore, pasticcere, commerciante o dentista che sia, anche dal posto, ecco allora che, nel momento in cui il contratto di locazione è in prossimità di scadere, il conduttore non ha la minima voglia di cambiare.
Ecco allora che quando il contratto comincia ad avvicinarsi alla scadenza l’imprenditore che vede nella sede uno dei fattori di successo della sua azienda, ha tutto l’interesse a trovare un nuovo accordo con il proprietario.
Il reato di estorsione nei rapporti locatizi: presupposti e confini applicativi
Questo passaggio può essere puramente formale ed indolore quando entrambe le parti hanno la stessa volontà: l’imprenditore rinnovare il contratto di affitto ed il proprietario concederlo nuovamente in locazione alla stessa persona, magari alle stesse condizioni contrattuali.
Se però vi è divergenza di vedute ha inizio una fase di trattative in cui, magari rinegoziando il valore del canone, si cerca di arrivare al rinnovo del contratto.
In passato si è sentito parlare del proprietario di un immobile che, per garantire il rinnovo di un contratto di locazione in scadenza o per non procedere allo sfratto, richieda in pagamento di una tantum o di una quota fissa mensile “in nero”, quindi sotto banco, assolutamente non dichiarata al fisco.
E se il locatario non accetta di pagare allora l’alternativa è una soltanto: deve lasciare l’immobile.
In tali casi, qualcuno ha denunciato per estorsione il proprietario dell’immobile che ha l’obiettivo di procurarsi un ingiusto profitto ai danni dell’affittuario il quale, versando la somma di denaro richiesta, patisce un ingiusto danno non potendo esporre fra i costi d' impresa la somma versata al nero, non dichiarata né giustificata.
Stabilire però quando questa richiesta avvenga in modo violento e minaccioso, senza lasciare alcuna alternativa al locatario se non quella di pagare, è alquanto difficile.
Vediamo quindi quando si configura il reato di estorsione da parte del locatore il quale non sempre è colpevole per le sue richieste di aumento, la maggior parte dei casi lecite e giustificate.
Il reato di estorsione legato ai rapporti patrimoniali
Potrebbe integrare il reato di estorsione ai sensi dell’art. 629 cp. la condotta di costrizione al pagamento di una somma di denaro come corrispettivo per assicurarsi il rinnovo del contratto di locazione, con la minaccia di subire uno sfratto, posto che il profitto della condotta è da ritenersi ingiusto.
Nel reato di estorsione l'oggetto della tutela giuridica è duplice ed è costituito sia dall’interesse pubblico della inviolabilità del patrimonio e sia dalla tutela della libertà personale.
In tema di estorsione, la minaccia, anche se fondata sull'esercizio di una facoltà o di un diritto spettante al soggetto agente quindi apparentemente legale, diventa illecita quando si fa uso a mezzi giuridici legittimi per ottenere scopi non consentiti o risultati non dovuti, come quando la minaccia è fatta dal proprietario con il proposito di coartare la volontà del locatario per soddisfare scopi personali non conformi a giustizia. Nel caso del contratto di locazione la minaccia può consistere in azioni legali e persecutorie attraverso cui il proprietario si fa consegnare dalla vittima somme superiori rispetto al canone di locazione concordato.
Nell'estorsione patrimoniale, dunque, il contraente che è anche vittima del reato subisce un danno patrimoniale in quanto è costretto a concludere o a rinnovare un contratto che non avrebbe voluto o avrebbe voluto a condizioni diverse, vedendo così limitata la propria autonomia negoziale.
Quando la minaccia di sfratto è lecita e quando diventa penalmente rilevante
A conclusione delle indagini preliminari, disposta la richiesta di rinvio a giudizio per il reato di estorsione attuato ai danni del locatario, il proprietario dell’immobile locato deve rivolgersi ad un Avvocato Penalista per affrontare il dibattimento.
Il proprietario non ha esercitato violenza o minaccia.
In primo luogo, la difesa può contestare la ricostruzione della condotta estorsiva da parte della pubblica accusa secondo cui il proprietario, mediante condotte persecutorie e violente, avrebbe minacciato di sfratto per finita locazione il locatario se non avesse pagato una maggior somma in nero.
Ed infatti, la volontà di non rinnovare il contratto di locazione al termine di scadenza, che costituisce comunque l’esercizio di un diritto da parte dell’imputato, era stata ritenuta condotta idonea a coartare la volontà del locatario.
In tal caso, infatti non si ha avuto alcuna condotta di coartazione valida a configurare il reato di estorsione, ma di una richiesta di aumento del tutto legittima da parte del proprietario per attuare uno scopo previsto dalla legge.
La distinzione tra condizionamento della volontà e vera coartazione
Difatti, a parere dell’ Avvocato Penalista , l’accusa avrebbe ricondotto la condotta estorsiva solamente facendo riferimento alla dazione “in nero” della somma richiesta senza tuttavia dare dimostrazione delle minacce, anche velate o indirette, a causa delle quali il locatario non avrebbe avuto possibilità di scelta se non pagare per non subire lo sfratto.
In questo caso, invece, il proprietario accusato di estorsione, essendo il contratto di locazione in procinto di scadere, era libero di determinare un canone diverso rispetto a quello precedentemente richiesto o condizioni di pagamento più gravose.
La semplice richiesta in nero di una somma di denaro una tantum avrebbe semmai rilevanza sotto il profilo fiscale, mentre la sottoposizione a condizioni contrattuali diverse, aumentate o anche vessatorie sarebbe stato frutto di una libera determinazione del locatario. Quest’ultimo, la cui volontà era stata condizionata ma non coartata era libero di rifiutare la proposta senza aver timore di subire un danno giuridicamente rilevante.
Anche nel caso in cui vi sia stata la notifica dell’intimazione di sfratto, questa non poteva essere considerata quale elemento di coartazione, in quanto il locatario era a conoscenza delle richieste di aumento da parte del locatario ed aveva avuto a disposizione un congruo termine per prendere le sue decisioni, tra l’altro non avendo egli alcun diritto automatico al rinnovo del contratto.
La persona offesa non ha subito alcun danno
In secondo luogo la difesa può dimostrare la mancata realizzazione di un danno ingiusto nei confronti del locatario. Una pretesa, infatti, può ritenersi ingiusta allorché sia fondata su una pretesa non tutelata dall’ordinamento giuridico né direttamente ovvero quando il titolare può farla valere in giudizio, né indirettamente.
Essendo in tal la pretesa di aumento da parte del proprietario del tutto lecita e consentita dall’ordinamento giuridico, non si profilerebbe alcun danno ingiusto ai danni dell’affittuario.
Le argomentazioni della difesa trovano supporto nelle seguenti pronunce giurisprudenziali.
Orientamenti della giurisprudenza: perché non sempre si configura l’estorsione
In merito alla mancata ingiustizia del profitto la Corte di Cassazione con la sentenza del 17 aprile 2009, n. 16562 ha precisato che non è integrato il reato di estorsione allorquando l’imputato, in qualità di proprietario di un immobile commerciale, minacciando di sfratto il locatario che versa in situazione di difficoltà economiche, gli chieda somme di denaro in nero ad integrazione del canone. In tal caso, infatti, non può dirsi che il profitto sia ingiusto, neppure se determinato dal pagamento di nero in quanto queste modalità hanno esclusivo rilievo sotto il profilo tributario o civilistico inficiando, semmai la sola validità del contratto.
Dello stesso tenore la pronuncia della Corte di Appello di Salerno, 22 aprile 2005 non ha ritenuto sussistere l’ingiustizia del danno, idonea ad integrare il reato di estorsione, nella richiesta del proprietario di un immobile che, con la minaccia dello sfratto, si era fatto dare alcune somme di denaro in nero quale aumento del canone di locazione. In questo caso, infatti, la minaccia di far valere un diritto, anche in modo minaccioso o sproporzionato, fa venire meno il requisito dell’ingiustizia del profitto.
Sempre sotto il profilo dell’elemento materiale del reato la Cassazione, con la sent. n. 12444 del 02-11-1999 ha precisato che in tema di estorsione contrattuale la minaccia di far valere un diritto è illecita solo se è diretta a conseguire un ingiusto profitto e non una qualsiasi controprestazione ma un risultato iniquo, del tutto ingiustificato e non dovuto rispetto a quello conseguibile con l’esercizio di un diritto il quale, per essere illegittimo, deve usato per conseguire scopi diversi da quelli previsti dalla legge.