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Registrazione valida come prova in giudizio

La sentenza 24 marzo – 13 maggio 2011, n. 18908 sulla Registrazione valida come prova in giudizio riguarda vari istituti giuridici, sia procedurali quali il sequestro probatorio, sia sostanziali penali quali la normativa sulla privacy, a sua volta da porre in relazione con la normativa codicistica sulle interferenze illecite nella vita privata e le intercettazioni.

Per quanto attiene al sequestro, nel nostro ordinamento ne sono previsti tre tipi: il probatorio, mezzo di ricerca della prova, il preventivo ed il conservativo, misure cautelari.

Il primo tipo serve a interrompere il compimento di un reato ed il secondo per assicurare al procedimento il pagamento delle spese di giustizia o delle somme dovute al danneggiato.

In ogni caso, mediante lo spossessamento coattivo, si crea un vincolo di indisponibilità di una cosa mobile o immobile, per preservarne l’esistenza e/o le caratteristiche o impedirne l’uso.

Il sequestro probatorio, oggetto della sentenza, è disciplinato dal Libro III, Titolo III, Capo III, artt. 253-263 c.p.p., per il quale si rimanda la consultazione sul sito di leggi italiane Trovalegge.it.

In particolare l’art. 253 dispone che l'autorità giudiziaria dispone con decreto motivato il sequestro del corpo del reato - le cose sulle quali o mediante le quali il reato è stato commesso nonché le cose che ne costituiscono il prodotto, il profitto o il prezzo - e delle cose pertinenti al reato necessarie per l'accertamento dei fatti.

Come si è avuto modo di notare con la suddetta sentenza, la motivazione del decreto riveste importanza fondamentale: non può pretendersi che l’accusa risulti già fondata, soprattutto se, come di solito avviene, questo sequestro è attuato in fase di indagini preliminari, ma deve constatarsi, in base ad elementi già a disposizione, l’astratta possibilità che il reato sussista ed inoltre occorre che sia ravvisabile la correlazione fra l’illecito penale ed il bene oggetto del sequestro.

Il provvedimento compete al Pubblico Ministero (o in via d’urgenza alla polizia giudiziaria, dovendo in tal caso seguire la convalida), ma anche al giudice, d’ufficio o a richiesta di parte, in particolare se il Pubblico Ministero non abbia accolto la richiesta di parte.

A norma dell’art. 257, contro il decreto di sequestro l'imputato, la persona alla quale le cose sono state sequestrate e quella che avrebbe diritto alla loro restituzione possono proporre richiesta di riesame, anche nel merito, ricorribile a sua volta per cassazione.

Trattamento dati personali e Privacy: tutela della riservatezza fra persone fisiche

Per quanto riguarda la normativa sulla privacy, essa trae origine dall’OCSE – Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo europeo, che nel 1980 mise a punto Linee guida per la protezione della riservatezza ed il traffico transfrontaliero di dati personali, a cui hanno fatto seguito nel 1981 la Convenzione 108 del Consiglio d’Europa e, nel 1995, la Direttiva 46/CE; a quest’ultima ha naturalmente fatto riferimento la normativa nazionale, continuamente aggiornata in linea con l’aggiornamento a cui sono soggetti i documenti da cui trae origine, posto che, soprattutto con lo sviluppo delle telecomunicazioni e la globalizzazione, in questa materia si pongono sempre nuove problematiche.

Essa è di grande portata, collegata com’è a diritti fondamentali della persona, da tutelare nei confronti, precipuamente, delle organizzazioni, che possono raccogliere ed utilizzare una grande quantità di informazioni sugli individui; in questa sede tuttavia, in ragione della sentenza in commento, viene in evidenza un aspetto tutto sommato marginale, ossia non primario nelle finalità della disciplina, quale la tutela della riservatezza fra persone fisiche private.

In particolare l’art. 5 del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, recante il “Codice in materia di protezione dei dati personali”, riguardante l’ambito di applicazione, stabilisce che il trattamento di dati personali effettuato da  persone  fisiche per fini esclusivamente personali è soggetto  all'applicazione  del codice solo se i dati sono destinati  ad  una  comunicazione sistematica  o  alla  diffusione, ferma l’applicazione delle disposizioni in tema di responsabilità e di sicurezza  dei  dati  (di cui agli articoli 15 e 31); l’art. 23 stabilisce che il  trattamento di dati personali da parte di privati è  ammesso  solo con il consenso espresso dell'interessato; l’art. 24, comma 1, lett. f) prevede (in via generale e non solo per le persone fisiche) che il consenso non è richiesto, con esclusione della diffusione, se il trattamento é necessario ai  fini  dello svolgimento delle  investigazioni  difensive  di  cui  alla  legge  7 dicembre 2000, n. 397, o, comunque, per far  valere  o  difendere  un diritto in  sede  giudiziaria,  sempre  che  i  dati  siano  trattati esclusivamente per tali  finalità  e  per  il  periodo  strettamente necessario  al  loro  perseguimento,  nel  rispetto   della   normativa in materia di segreto aziendale e industriale.

A tale ultimo proposito, va ricordato, per quanto non richiamato nella sentenza in commento né nelle altre sopra menzionate, che la limitazione alla privacy derivante dalle esigenze di tutela di un diritto, proprio od altrui, trova specifica disciplina nel codice della privacy in molti articoli (art. 8 c. 2 lett. e), art. 13 c. 5 lett. b), art. 24 c. 1 lett. f) citato, art. 71 c. 1 lett. b), art. 92 c. 2 lett. a)).

Tali previsioni erano già contenute nel d.lgs. n. 675/1996 e sono state puntualizzate con le varie modifiche intervenute nella normativa, tanto che il provvedimento dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali 12 luglio 2000, relativo ad una registrazione di conversazione telefonica, ha affermato la legittimità di tale registrazione in quanto finalizzata a formare una prova da utilizzare in giudizio, in un momento in cui si era già determinato un contenzioso dal punto di vista sostanziale.

Inoltre, a completamento coerente di quanto sopra, va rilevato che l’art. 131 del d.lgs. n. 196/2003 prevede sia che il  fornitore  di  un  servizio  di  comunicazione  elettronica accessibile al pubblico informi il contraente e,  ove  possibile, l'utente,  circa  la  sussistenza  di  situazioni  che  permettono  di apprendere in modo non intenzionale il contenuto di  comunicazioni  o conversazioni da parte di soggetti estranei, sia che il contraente informi l'utente,  quando  il  contenuto  delle comunicazioni o conversazioni può essere appreso da  altri  a  causa del tipo di apparecchiature terminali utilizzate o  del  collegamento realizzato, sia, infine, che l'utente  informi  l'altro  utente  quando,  nel  corso  della conversazione, sono utilizzati dispositivi che  consentono  l'ascolto da parte di altri soggetti (es. “viva voce”).

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