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Frode Alimentare per Uso di Solfati nei Preparati di Salsicce

salsicce sequestro solfitiGli additivi sono sostanze che vengono aggiunte agli alimenti prevalentemente per preservarli da contaminazioni o per migliorarne l’aspetto e la conservazione.

Negli ultimi anni, l’uso degli additivi si è notevolmente esteso, anche perché l’uso di tali sostanze è spesso un’esigenza tecnologica connessa all’evoluzione industriale ed al mutamento delle abitudini alimentari.

Perciò, gli additivi alimentari sonotenuti sotto controllo da Organizzazioni Nazionali ed Internazionali ad hoc, che intervengono, se del caso, a fissare una dose accettabile giornaliera, che rappresenta la quantità di additivo che può essere ingerita giornalmente nella dieta senza che compaiano effetti indesiderati.

Non tutti gli additivi sono però dannosi per la salute: anzi, molti additivi contengono sostanze naturali e vitamine.

Occorre, tuttavia, sapere che un consumo smodato di prodotti contenenti additivi può produrre conseguenze estremamente pericolose, essendo addirittura associato ad un aumento del rischio di tumori allo stomaco e all’esofago.

Nella specie, gli additivi più “pericolosi” sono proprio quelli utilizzati per la conservazione di carni ed insaccati, noti come “nitrati” e “nitriti”: questi, infatti, possono subire variazioni chimiche in grado di trasformarli in molecole potenzialmente cancerogene.

Lista degli Addittivi Autorizzati

Proprio al fine di scongiurare ogni rischio, dal primo giugno 2013 è in vigore la lista unica degli additivi autorizzati a livello UE, che fa riferimento solo alle sostanze giudicate “sicure” all’esito di una rigorosa valutazione scientifica.

Il pregio della nuova normativa è, ovviamente, quello di garantire trasparenza nell’elenco degli additivi che possono essere utilizzati in commercio.

Così,  in base al Regolamento (CE) n. 1333/2008, l’additivo alimentare viene definito come  “qualsiasi sostanza abitualmente non consumata come alimento in sé e non utilizzata come ingrediente caratteristico di alimenti, con o senza valore nutritivo, la cui aggiunta intenzionale ad alimenti per uno scopo tecnologico nella fabbricazione, nella trasformazione, nella preparazione, nel trattamento, nell’imballaggio, nel trasporto o nel magazzinaggio degli stessi, abbia o possa presumibilmente avere per effetto che la sostanza o i suoi sottoprodotti diventino, direttamente o indirettamente, componenti di tali alimenti.”

Coloranti, Conservanti e Antiossidanti nei Preparati di Carne

Segue, poi, un elenco degli additivi più diffusi: coloranti, conservanti, antiossidanti ed agenti lievitanti.

Nella maggior parte dei casi, si tratta di sostanze del tutto innocue per l’organismo ed, anzi, indispensabili al regolare andamento del ciclo produttivo.

Una disciplina ad hoc riguarda, invece, gli additivi alimentari utilizzati nella preparazione di carni, di cui al Regolamento CE n. 853/2004: trattasi, come si anticipava, del settore di gran lunga più delicato.

In forza di tale regolamento, prodotti additivi possono essere utilizzati solo per specifici alimenti quali, testualmente, “breakfast sausages, burger meat con un contenuto di ortaggi e/o cereali non inferiore al 4 % mischiato all’interno della carne (..) salsicha fresca, longanizafresca, butifarra fresca”, e nei limiti dell’inserimento di solfiti ed anidride solforosa.

Prodotti Tipici della Provincia di Roma: Salsicce Fresche, Porchetta di Arccia

Si tratta, evidentemente, di prodotti tipici di altri stati membri dell’Unione Europea (di cui la provincia di Roma è ricca, si pensi alla Porchetta di Ariccia, Salsicce fresche, Coppiette), differenti ma in qualche modo “affini” alle salsicce di carne suina e bovina prodotte in Italia.

Si è posto, dunque, il problema di stabilire se la disciplina comunitaria che consente un uso, sia pure estremamente limitato, di additivi nella preparazione di carni possa applicarsi in via analogica anche alle nostrane salsicce.

É bene, dunque, fare riferimento ad un caso concreto, su cui si è recentemente pronunciata la Suprema Corte di Cassazione.

Il caso della Macelleria e gli Additivi

salsicce additiviTizio, titolare di una macelleria, condannato per aver detenuto per la vendita salsicce di carne suino - bovina che preparava aggiungendo additivi non autorizzati in concentrazione superiore a 10 mg/l, nonché per aver tentato di vendere ai clienti un prodotto diverso da quello dichiarato, avendo indicato nel cartellino esposto che le salsicce contenevano solo “carne bovina, carne suina, aromi naturali, acqua”, senza menzionare la presenza di solfati o additivi, ai sensi degli artt. 5 della l. n. 283 del 1962, 56 e 515 c.p.

Ebbene, secondo la Corte di Cassazione la condotta del macellaio integra le fattispecie incriminatrici in commento.

Infatti, la giurisprudenza, proprio facendo leva sulla già citata disciplina comunitaria, rileva come gli additivi utilizzati non rientrino in alcun modo nell’elenco contenuto nel Regolamento CE n. 1333/2008 e che, in ogni caso, la possibilità di aggiungere additivi riguarda i soli prodotti alimentari espressamente citati nel Regolamento CE n. 853/2004, cui non possono essere assimilate le salsicce prodotte in Italia.

Infatti, secondo la Corte di Cassazione, “Si tratta, come si evince dal chiaro testo letterale e dalla corrispondenza a note e specifiche tipologie di alimenti, di prodotti tipici di altri paesi Europei, differenti, per procedimento di preparazione e anche per composizione (come anche specificamente indicato dal legislatore comunitario per breakfast sausages e burger meat), dalla salsiccia di carne bovina e suina prodotta in Italia, cui non possono quindi essere assimilati.” (Corte di cassazione penale, sez. III, 28 agosto 2019, n. 36471).

Va, dunque, esclusa qualsiasi possibilità di lavorare sostanze come solfiti, ovvero altri additivi, per “assimilazione” con eventuali prodotti cui le salsicce o porchetta sembrano affini.

La corte di Cassazione ritiene, peraltro, il macellaio responsabile del delitto di tentata frode in commercio ex artt. 56 e 515 c.p.

Infatti, secondo l’insegnamento giurisprudenziale consolidato sul punto, “mentre la fattispecie consumata è integrata dalla consegna materiale della merce all’acquirente”, che, nel caso di specie, non era ancora avvenuta,“per la configurabilità del tentativo non è necessaria la sussistenza di una contrattazione finalizzata alla vendita, essendo sufficiente l’accertamento della destinazione alla vendita di un prodotto diverso per origine, provenienza, qualità o quantità da quelle dichiarate o pattuite. Configura, inoltre, il tentativo, anche la mera detenzione in magazzino di merce non rispondente per origine, provenienza, qualità o quantità a quella dichiarata o pattuita, trattandosi di dato pacificamente indicativo della successiva immissione nella rete distributiva di tali prodotti”(Sez. III, n. 45916 del 18 settembre 2014; sez. III, 26 gennaio 2009, n.3479; sez. III, 16 gennaio 2009, n. 1454; sez. III, 8 settembre 2004, n. 36056).

Ispezione nella cella frigorifera

Nel caso di specie, la merce era detenuta nella cella frigorifera della macelleria dell’imputato ed era corrispondente alla tipologia descritta nel cartellino che si trovava nel locale di vendita; cosicché, secondo la corretta e logica valutazione dei giudici, “la destinazione all’immissione in commercio del prodotto risulta evidente”.

Tanto più che a fronte di tale univoco quadro, l’eventuale diversa destinazione della merce, “costituendo appunto un’eccezione rispetto alla destinazione ordinaria, doveva in qualche modo essere dimostrata dall’imputato” cosa che, invece, non è accaduta.

 Peraltro, secondo altra Cassazione, il reato va escluso quando risulti l’assenza di “ulteriori elementi circostanziali”: ma nel caso di specie, l’esposizione di un cartellino inerente al medesimo alimento nel banco vendita, nonché l’assenza di elementi idonei a confutare l’ipotesi accusatoria, lascia propendere proprio per la destinazione alla vendita del prodotto.

Alla luce di tali osservazioni, sembra potersi concludere che l’inserimento di additivi nella preparazione di carni lavorate come le salsicce, risulta vietato dal nostro ordinamento e dalla disciplina comunitaria, in quanto potenzialmente pericoloso per la salute del consumatore.

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