Avvocato per Sequestro Conto Corrente

Avvocato per tutela beni e denaro durante la separazioneIn caso di rischio di sperpero delle sostanze economiche, il soggetto interessato può richiedere il sequestro giudiziario del conto corrente o altro patrimonio, anche quando pende una causa di separazione personale o di altro tipo.

Il fondamento normativo di siffatta affermazione è da rinvenirsi all’art. 670 c.p.c., ai sensi del quale il sequestro giudiziario può disporsi con riferimento a beni mobili (come è il denaro) o immobili, aziende o altre universalità di beni, quando ne è controversa la proprietà o il possesso; ovvero in presenza di controversia relativa al diritto dell'esibizione o alla comunicazione di libri, registri, documenti, modelli, campioni e di ogni altra cosa da cui si pretende desumere elementi di prova.

La finalità del sequestro ex art. 670, n. 1, c.p.c. è di garantire l’efficacia concreta di un futuro provvedimento restitutorio e la fruttuosità della esecuzione coattiva, mediante la consegna o il rilascio forzati di quegli stessi beni sui quali è stato posto il vincolo; nel caso di cui al n.2 la controversia sussiste qualora il ricorrente affermi di avere un diritto sul documento o sulla cosa da cui presume di poter trarre elementi di prova e sussista il fondato timore della loro sottrazione.

Il sequestro giudiziario è la tutela della conservazione dell'integrità di uno specifico bene, in pendenza di una controversia principale e sul merito, all'esito della quale verrà stabilito a quale dei contendenti spettino la proprietà o il possesso di quel bene, di cui verranno ordinati in seguito la consegna o rilascio.

Presupposti per il Sequestro Giudiziario del conto o dell'immobile

Presupposti per la concessione del provvedimento cautelare sono il fumus boni iuris, ovvero la probabile esistenza del diritto fatto valere e il periculum in mora ossia pericolo di deterioramenti, alterazioni o sottrazioni della cosa, prima che la parte ricorrente ottenga una sentenza con cui mantiene o acquista definitivamente la proprietà o il possesso del bene stesso.

Inoltre, deve sussistere l'opportunità di provvedere alla gestione o alla custodia temporanea dei beni oggetto di controversia fino al momento in cui venga definito il giudizio di merito (art. 670 c.p.c.).

L’art. 670 c.p.c. si colloca tra le disposizioni dedicate ai procedimenti cautelari. Questi hanno l’obiettivo di porre un vincolo su determinati beni, rendendoli indisponibili per il tempo necessario alla definizione della controversia e all'eventuale soddisfacimento dei diritti vantati dall'attore.

Sussiste un rapporto di strumentalità rispetto al provvedimento definitivo in quanto si assicura, sul piano pratico e in via preventiva, la concreta efficacia del futuro provvedimento giurisdizionale relativo a situazione di proprietà e di possesso dei beni.

Pertanto quando il giudice, chiamato a decidere sulla convalida del sequestro giudiziario, definisca sfavorevolmente per l’attore le questioni sulla proprietà o sul possesso del bene sottoposto alla misura cautelare, negando l'esistenza del diritto per il quale la medesima era stata concessa, alla pronuncia negativa sul merito segue necessariamente il rigetto dell'istanza di convalida, travolta dalla decisione principale.

Reclusione per chi viola il sequestro giudiziario

Il provvedimento di sequestro giudiziario mira a conservare la situazione dei beni allo stato di fatto, in funzione della fruttuosità del processo principale.

L’efficacia della misura va ricondotta alle norme che concernono la custodia della cosa sequestrata (art. 676 c.p.c.) e alle norme che sanzionano penalmente l’eventuale violazione di tali disposizioni.

Ai sensi dell’art. 388 comma 3 c.p. chiunque sottrae, sopprime, distrugge, disperde o deteriora una cosa di sua proprietà sottoposta a sequestro giudiziario è punito con la reclusione fino ad un anno e con la multa fino a 309 euro. Ai sensi del comma 4, invece, si applicano la reclusione da due mesi a due anni e la multa da trenta euro a 309 euro se il fatto è commesso dal proprietario su una cosa affidata alla sua custodia e la reclusione da quattro mesi a tre anni e la multa da 51 euro a 516 euro se il fatto è commesso dal custode al solo scopo di favorire il proprietario della cosa.

Ricorso per sequestro giudiziario

Per richiedere il sequestro giudiziario di somme di conto corrente o di altre sostanze economiche occorre presentare ricorso al Tribunale.

Il ricorso dovrà indicare i presupposti che legittimano la richiesta, ossia il fumus boni iuris e il periculum in mora.

Il fumus consiste nella probabile fondatezza dell’azione finalizzata alla restituzione del bene controverso. Benché non richiesto espressamente dall’art. 670 c.p.c. è tipico dei provvedimenti cautelari e motiva il rapporto di strumentalità tra questi e la causa di merito. Il giudice non potrebbe autorizzare il vincolo se, in primis, non riconoscesse la sussistenza della fondatezza della pretesa. Per quanto concerne il conto corrente, la stessa è integrata dal titolo di possesso che fa capo ad entrambi i coniugi, cointestatari e in regime di comunione legale.

Il periculum in mora, invece, consiste nel rischio che i beni oggetto della richiesta misura cautelare subiscano un pregiudizio materiale, alterazione, deterioramento, mala gestio, ovvero ancora pericolo di alienazione. Il pericolo non deve necessariamente essere concreto e attuale, essendo sufficiente che lo stato di fatto esistente in pendenza del giudizio, comporti la mera possibilità, sia pure astratta, che si determinino situazioni tali da pregiudicare l’attuazione del diritto controverso.

Nel caso di sequestro finalizzato a preservare le somme in comunione ai fini di una separazione, sarà consigliabile allegare gli estratti conto delle banche di riferimento, provare che i prelievi sono stati eseguiti per bisogni diversi da quelli familiari e potrà essere assunta la prova testimoniale del direttore della banca.

Utilizzo di denaro del conto cointestato

Accade spesso che la moglie o il marito prelevino alcune somme dal conto cointestato, nell’intento di impedire che quanto sottratto possa essere ripartito, in un secondo momento, con il consorte. In regime di comunione legale, infatti, il denaro appartiene ad entrambi e, intervenuta la separazione, verrà ripartito in proporzione tra i due.

Il denaro depositato può essere prelevato dal coniuge singolarmente, senza la necessaria firma o presenza fisica dell’altro. In alcuni casi il denaro si utilizza in contanti, con la motivazione di fare spese comuni che in realtà sottendono ad uno sperpero di denaro, finalizzato a diminuire l’asse patrimoniale. Altre volte si va ad aprire un conto corrente personale, motivando la scelta, ad esempio sulla base che lo stesso sia necessario per fini lavorativi. Le somme vengono pertanto trasferite altrove ed impiegate per bisogni personali. E' capitato anche che taluno ha usato il denaro per sesso a pagamento con donne straniere, come è successo ad esempio ad una donna con marito infedele.

Utilizzo del denaro durante il matrimonio

Oltre alla cointestazione del conto in presenza di comunione legale dei beni, la fattispecie dell’appropriazione di somme accantonate per la famiglia può avvenire in presenza di una delega ad utilizzare l’uno il conto corrente dell’altro.

Si può verificare l’ipotesi in cui sull’assegno si scriva che i soldi servono per acquistare beni per i figli (abbigliamento, libri e altro) o per la casa, per scoprire in seguito che l’ammontare indicato in assegno sia elevatissimo e che il denaro sia stato sistemato su un altro conto. In seguito a tali operazioni si chiede magari la separazione, sentendosi l’altro soggetto ingannato e truffato. In realtà si precisa che nei rapporti familiari non è sempre configurabile la truffa nel senso inteso dal codice penale ex art. 640 c.p. 

È chiaro tuttavia che rimedi di difesa esistono, uno fra tutti in via preventiva, il sequestro giudiziale di cui sopra.

Dalla fiducia all'odio e disprezzo del coniuge

Quando un matrimonio finisce porta con sè un senso di frattura e delusione, che lascia spazio a conflitti da risolvere, sentimenti da ricostruire e una fiducia verso sé stessi e i figli da riparare. Spesso si vivono drammi personali che si riverberano su tutta la famiglia.

Quello che un tempo sembrava una certezza, con la separazione o il divorzio non c’è più e non sempre risulta facile accettare una nuova vita.

Ecco dunque che se prima veniva quasi naturale condividere anche in senso economico il menàge familiare, successivamente si fa spazio il venire meno dell’assistenza materiale. Potrebbe risultare fuori da ogni logica che fino a un certo momento della propria vita ci si prenda cura di qualcuno che, invece, successivamente si vede come una sorta di nemico. Eppure la separazione comporta anche questo: vedere l’altro con occhi diversi e l’amore si tramuta in odio e disprezzo, facendo in modo che la vita dell’altro sia difficile, anche a discapito, a volte, dei figli.

Anche il conto cointestato può diventare motivo di contesa quando ci si separa, spingendo i coniugi a comportarsi in maniera scorretta mediante la sottrazione di soldi dal conto corrente.

Dai compromessi all'appropriazione indebita di somme condivise

Prima di separarsi si cerca quasi sempre la via del compromesso, ma gli anni, i conflitti e la gelosia lasciano il posto a ricatti e dispetti. Si inizia a dormire in letti separati, in seguito c'è il distacco dal nucleo familiare, infine le prime lettere del legale. Si sfocia in atti di vendetta spesso irreparabili, come quelli che comportano il venire meno dell’assistenza materiale per la famiglia.

La rabbia è una conseguenza naturale, tuttavia la mancata assistenza familiare costituisce un reato (art. 570 c.p.) e l’appropriazione di somme in maniera illecita può sfociare nel delitto di appropriazione indebita (art. 646 c.p.).

Casi di cronaca finiti sui giornali

Un signore trentino si stava separando dalla moglie ed ha dilapidato il conto corrente per una ammontare di 231 mila euro, soldi che aveva depositato su un conto a lei intestato. Il marito ha sostenuto trattarsi di denaro proprio, utilizzato con la motivazione che il matrimonio era ormai finito.

In un altro caso per aiutare l'amante, un signore ha prosciugato il conto di famiglia e in seguito fatto arrestare la donna per estorsione (art. 629 c.p.). La donna ricattava l’uomo dicendo che il prezzo da pagare per avere i suoi soldi indietro, fosse proprio un nuovo prestito. Ha prosciugato il conto in banca, aperto un finanziamento e ha chiesto soldi ad amici, parenti e colleghi. Quando la moglie si è accorta che in poco tempo erano spariti 30mila euro, ha costretto il marito a raccontare tutto a lei e ai carabinieri.

In un altro caso il marito imbrogliava la moglie di essere un imprenditore, ma in realtà era un nulla tenente e ha dilapidato il patrimonio dell'ignara moglie, per infine fuggire senza lasciare traccia. La moglie non si era accorta di nulla. Lei credeva che fosse un bravo marito che l’aiutava nelle faccende domestiche e lei si riteneva una donna fortunata. Invece era truffatore, falsificava le fatture e quando diceva di andare a lavorare, rubava il bancomat della moglie di nascosto, prelevava i soldi e li portava a casa facendole credere che provenissero dal proprio lavoro.

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