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Da sogno di ristrutturazione a incubo: come una famiglia ha trasformato un torto in giustizia

Immaginiamo un padre anziano e un figlio adulto – chiamiamoli Gianni e Paolo – legati a una casa al primo piano con terrazzo, in un comune dell’area romana. Per loro quell’appartamento non è soltanto un bene immobiliare: è il centro della vita familiare, il luogo dei ricordi e delle abitudini quotidiane, ma anche il punto di partenza per nuovi progetti.

Col passare del tempo la casa rivela tutti i suoi limiti. Gli impianti sono datati, i bagni non sono più funzionali, gli spazi interni non rispondono alle esigenze attuali. Il terrazzo, pur rappresentando un grande potenziale di convivialità, necessita di un rifacimento completo. È in questo contesto che nasce l’idea di una ristrutturazione integrale, una sorta di “nuova vita” per l’immobile.

Per Paolo, nel pieno dell’età lavorativa, significa poter contare su uno spazio moderno e accogliente, pronto a ospitare amici e, forse, un futuro nucleo familiare.

Per Gianni, ormai anziano, la ristrutturazione rappresenta la garanzia di vivere in un ambiente più sicuro, curato e dignitoso.

Quando si presenta un artigiano che afferma di operare per una falegnameria artigianale con sede a Roma, la proposta sembra seria e ben strutturata.

Si parla di interventi su impianti, murature, finiture, oltre al rifacimento del terrazzo. Le parole sono rassicuranti, il tono è deciso. Gianni e Paolo fanno ciò che molti farebbero nella stessa situazione: si fidano.

Un impegno scritto, soldi anticipati e lavori a metà

Nel 2015 le parti raggiungono un accordo per l’esecuzione dei lavori. L’artigiano si impegna a rifare completamente il terrazzo mediante smantellamento della vecchia pavimentazione, fornitura e posa della guaina, realizzazione del massetto e posa in opera del nuovo pavimento fornito dai proprietari.

Parallelamente, promette una ristrutturazione interna completa: smantellamento di pavimenti e rivestimenti in tutti gli ambienti, bagni compresi, demolizione e ricostruzione di alcuni tramezzi, realizzazione di un ripostiglio, nuovo impianto elettrico e tv, impianto termo–idraulico, posa della pavimentazione fornita dai committenti, rasatura e tinteggiatura di tutti i locali.

In cambio, Gianni e Paolo accettano di versare l’intera somma pattuita in anticipo. In una dichiarazione scritta, l’artigiano dichiara di aver ricevuto 10.400 euro per i lavori interni e 5.000 euro per il rifacimento del terrazzo, per un totale di 15.400 euro.

Nello stesso documento si obbliga esplicitamente a portare a compimento i lavori di ristrutturazione corrispondenti alla somma ricevuta entro una data precisa, indicata come 31.09.2015.

Sulla carta, il quadro è ineccepibile: l’esistenza di un impegno scritto, la chiara indicazione degli importi, la fissazione di un termine per l’ultimazione. I proprietari, dal canto loro, ritengono di aver fatto ogni cosa “per bene”: hanno scelto un professionista, hanno concordato tempi e costi, hanno pagato quanto dovuto e possono legittimamente aspettarsi che, entro la data indicata, la casa sia finalmente rinnovata.

La realtà, però, si discosta presto da questo scenario ideale. Con il passare delle settimane, e poi dei mesi, i lavori non procedono come previsto. L’appartamento rimane in una condizione intermedia, il terrazzo appare soltanto in parte sistemato, e l’idea di una ristrutturazione completa si allontana sempre di più.

Il disagio quotidiano di una ristrutturazione incompiuta

A un certo punto Gianni e Paolo comprendono che la situazione non è più un semplice ritardo: i lavori sono sostanzialmente fermi, e quanto è stato realizzato appare frammentario e incompleto. Per descrivere con precisione ciò che sta accadendo, incaricano un tecnico di fiducia – un geometra – di redigere una relazione tecnica asseverata sullo stato dei luoghi.

All’interno dell’appartamento, la perizia evidenzia che gli interventi eseguiti sono solo parziali. In bagno si registra lo smantellamento di pavimenti e rivestimenti, la realizzazione di una divisione in muratura tra bagno e doccia, la chiusura in muratura per creare un ripostiglio, l’apertura dello sfiato per le esalazioni e la predisposizione dell’impianto elettrico. In soggiorno e cucina risultano alcune demolizioni di pavimento, la modifica di una finestra in muratura, la demolizione di una parete divisoria con l’ingresso e la ricostruzione di un tramezzo, comprensivo di rasatura.

Nella camera e nella cameretta l’intervento si limita alla rimozione della carta da parati, all’apertura di tracce per l’aggiunta di antenne tv e prese mancanti, a una mano di stucco sulle pareti e a una prima mano di pittura ai soffitti. Nell’ingresso si riscontrano la rimozione della carta da parati, la rasatura delle pareti, l’aggiunta di una presa di corrente, la rasatura del soffitto e una tinteggiatura con pittura lavabile.

Si tratta di lavori preparatori, di segmenti di un’opera più ampia che, tuttavia, non viene portata a compimento. La ristrutturazione “completa” promessa rimane solo un’aspirazione: mancano interi passaggi, finiture, impianti conclusi, pavimentazioni posate in tutti gli ambienti.

Il tecnico attribuisce a queste lavorazioni, in termini di sola manodopera, un valore complessivo di 2.050 euro. A fronte dei 10.400 euro versati per l’interno, risultano quindi non eseguiti lavori per 8.350 euro.

Sul terrazzo il quadro è ancora più preoccupante. La perizia rileva che le lavorazioni previste sono state realizzate quasi completamente, ma con gravi difetti: mancano alcune stuccature del pavimento, non è stata eseguita la tinteggiatura dei parapetti e, soprattutto, si notano in più punti rialzi e distacchi delle piastrelle. Secondo il tecnico, il lavoro non è stato eseguito a regola d’arte e sarà necessario, entro breve tempo, intervenire con lavorazioni di ripristino e rifacimento completo del pavimento del terrazzo.

Per Gianni e Paolo questo significa vivere in una casa sospesa: gli ambienti interni sono in uno stato di parziale trasformazione, con muri rasati ma non rifiniti, impianti solo abbozzati, pavimenti mancanti. Il terrazzo, da potenziale spazio di socialità, diventa una superficie da usare con diffidenza, consapevoli che ciò che è sotto i piedi non è sicuro né durevole.

Sul piano emotivo, il disagio si traduce in frustrazione e senso di impotenza. Paolo sente di aver investito sul futuro della casa di famiglia e vede il progetto fermo a metà, con il peso psicologico di dover affrontare nuovamente costi e organizzazione per rimediare a errori altrui. Gianni, che vive più direttamente gli spazi, sperimenta quotidianamente l’incompiutezza: un bagno non pienamente funzionale, ambienti che non offrono il comfort sperato, la percezione di un cantiere perenne più che di una casa.

A ciò si somma la preoccupazione economica: 15.400 euro rappresentano un impegno significativo per una famiglia, e l’idea che quella somma sia stata assorbita da lavori incompleti o mal eseguiti genera un misto di rabbia, smarrimento e, talvolta, ingiustificato senso di colpa.

Si passa alla difesa con l’Avvocato Civilista

Per un certo periodo, Gianni e Paolo coltivano ancora la speranza che l’artigiano torni, riprenda le lavorazioni, mantenga le promesse. Ma i giorni passano, poi i mesi, e nulla accade. La casa resta com’è, e l’impresa esecutrice non fornisce né spiegazioni né un programma di ripresa dei lavori.

È in questo momento che la frustrazione si trasforma in decisione.

La famiglia sceglie di rivolgersi a un Avvocato Civilista, con esperienza in materia di appalti privati e responsabilità da inadempimento.

Il legale, prima di tutto, ricostruisce la vicenda sul piano documentale. Esamina la dichiarazione sottoscritta dall’artigiano, che attesta l’avvenuta ricezione di 15.400 euro e l’impegno a completare i lavori entro il 31.09.2015. Analizza la relazione tecnica asseverata, che quantifica in 2.050 euro il valore dei lavori interni effettivamente eseguiti e individua l’esistenza di lavorazioni mancanti per 8.350 euro. Valuta, nel loro complesso, gli elementi che descrivono il cattivo stato del terrazzo e la necessità di rifarlo completamente.

Dopo questa ricostruzione, l’avvocato predispone una diffida formale, con cui mette in mora l’artigiano, intimandogli di adempiere alle obbligazioni assunte, riprendere i lavori, eliminare i vizi e completare la ristrutturazione nei limiti del possibile.

La diffida, tuttavia, resta senza risposta. L’artigiano non offre spiegazioni, non propone piani di intervento, non avanza soluzioni conciliative. Il silenzio si aggiunge così ai difetti materiali già accertati, rafforzando l’idea di un inadempimento grave e non occasionale.

A questo punto, con la famiglia ormai consapevole di non avere altre strade extragiudiziali utili, l’avvocato suggerisce di intraprendere un’azione civile. La frustrazione privata diventa, così, una strategia processuale costruita su fatti, documenti e valutazioni tecniche.

La causa civile: la forza delle perizie e della CTU

Davanti al Tribunale competente, Gianni e Paolo, assistiti dal loro legale, espongono la storia in tutte le sue tappe: l’accordo del 2015, il pagamento anticipato di 15.400 euro, i lavori incompleti e viziati, la diffida rimasta lettera morta.

In giudizio, la prova tecnica assume un ruolo centrale. La relazione del geometra di parte viene depositata e illustra con puntualità lo stato dell’appartamento e del terrazzo. Secondo tale elaborato, i lavori interni, per sola manodopera, valgono 2.050 euro, mentre i lavori non eseguiti ammontano a 8.350 euro.

Per quanto riguarda il terrazzo, la perizia afferma che, pur essendo state realizzate molte delle lavorazioni previste, la qualità è così scadente da rendere necessario un rifacimento integrale, poiché le pavimentazioni mostrano rialzi e distacchi incompatibili con un’opera eseguita a regola d’arte.

Il Tribunale dispone, inoltre, una consulenza tecnica d’ufficio, affidandola a un geometra terzo, incaricato di fornire una valutazione imparziale dello stato dei luoghi e dei costi necessari per il ripristino.

La consulenza tecnica d’ufficio conferma, in larga parte, le risultanze della perizia di parte.

Viene accertato che i costi relativi ai lavori sull’appartamento ammontano a poco più di 16.000 euro; si conferma che il terrazzo è da rifare completamente, per un importo di 12.962,38 euro; si quantificano in 8.170 euro le somme necessarie, per la sola manodopera, a ripristinare i lavori interni non eseguiti a regola d’arte.

Il giudice qualifica la consulenza tecnica come assolutamente congrua, ritenendo che essa rispecchi sia lo stato dei luoghi sia l’ammontare oggettivo dei lavori eseguiti e da eseguire. La convergenza tra perizia di parte e CTU rafforza in modo decisivo la posizione della famiglia, soprattutto sul fronte della quantificazione del danno.

Sul piano giuridico emerge con chiarezza che il sinallagma contrattuale è stato alterato: da un lato i committenti hanno adempiuto al loro obbligo, versando integralmente la somma pattuita; dall’altro l’appaltatore non ha erogato la prestazione dovuta in modo completo, tempestivo e conforme alle regole dell’arte.

Il procedimento viene definito con rito semplificato ai sensi dell’articolo 281 sexies del codice di procedura civile, con lettura immediata della sentenza in udienza, a conferma di una vicenda in cui gli elementi di prova sono sufficientemente chiari da consentire una decisione concentrata.

La sentenza: una decisione che restituisce equilibrio

La causa si conclude con una pronuncia netta. Il Tribunale riconosce che Gianni e Paolo hanno rispettato gli impegni contrattuali, pagando anticipatamente l’intero importo di 15.400 euro, mentre l’artigiano e l’impresa per conto della quale operava non hanno rispettato l’obbligo di eseguire i lavori entro il termine indicato e, soprattutto, non hanno portato a compimento l’opera concordata.

Alla luce delle risultanze tecniche, il giudice accoglie le domande dei proprietari. La sentenza condanna la ditta artigiana e l’artigiano al pagamento di 12.962,38 euro quale somma necessaria per il rifacimento del terrazzo e di 8.170 euro per la manodopera relativa al ripristino e al completamento dei lavori interni dell’appartamento. Viene inoltre disposta la condanna al pagamento delle spese di lite e delle spese di consulenza tecnica d’ufficio, poste a carico della parte soccombente.

La sentenza è resa esecutiva e viene notificata sia alla ditta artigiana sia all’artigiano personalmente, permettendo alla famiglia di avvalersi, ove necessario, degli strumenti dell’esecuzione forzata per ottenere concretamente le somme riconosciute.

Per Gianni e Paolo, il dispositivo non è soltanto l’indicazione di importi e condanne. È il riconoscimento ufficiale di un torto subito, la conferma che non erano “troppo esigenti”, ma vittime di un inadempimento grave, accertato in sede giudiziaria. È anche la dimostrazione che, pur di fronte a un contratto apparentemente semplice come quello per lavori di ristrutturazione, il diritto è in grado di offrire una risposta effettiva.

Dal caos alla consapevolezza: cosa insegna questa storia a chi ristruttura casa

La vicenda di Gianni e Paolo è, in realtà, quella di molti proprietari che affidano la propria casa a un’impresa o a un artigiano, anticipano somme importanti e poi si ritrovano con lavori incompleti o eseguiti male. Da questa storia emergono alcuni insegnamenti utili per chi si accinge a ristrutturare, ma anche per chi è già in difficoltà.

Il primo riguarda l’importanza di formalizzare per iscritto gli accordi. Non basta un’intesa generica: occorre descrivere in modo chiaro l’oggetto dei lavori, specificare i tempi di esecuzione, definire l’importo complessivo e le modalità di pagamento. Nel caso raccontato, il documento in cui l’artigiano riconosce di aver ricevuto 15.400 euro e si impegna a completare le opere entro una certa data è stato un pilastro dell’impianto probatorio.

La seconda lezione concerne il rischio di pagare tutto in anticipo. L’esperienza dimostra che una simile scelta espone il committente a un forte squilibrio contrattuale: se l’altra parte non esegue la prestazione, l’unico rimedio diventa, come qui, il ricorso al giudice. Strutturare i pagamenti per stati di avanzamento e legare il saldo al completamento effettivo dei lavori può ridurre significativamente il rischio.

Un terzo elemento è la necessità di documentare le anomalie sin da subito. Quando i lavori rallentano, si fermano o presentano vizi evidenti, è fondamentale tenere traccia puntuale di ciò che accade e, se necessario, formalizzare le contestazioni.

La diffida inviata tramite l’ Avvocato Civilista e rimasta senza riscontro ha segnato un passaggio essenziale verso l’accertamento giudiziale dell’inadempimento.

Altro aspetto cruciale è l’apporto del tecnico. In situazioni di lavori mal eseguiti o incompleti, una relazione professionale consente di uscire dalla dimensione del “mi sembra che” per entrare in quella del “si può dimostrare che”.

Nel caso della famiglia, la perizia di parte e la consulenza tecnica d’ufficio hanno permesso di quantificare in modo oggettivo il danno, distinguendo tra quanto fatto, quanto da rifare e quanto non realizzato.

Infine, questa storia mostra che non bisogna arrendersi di fronte alla prospettiva di un processo.

Un procedimento ben impostato, sorretto da una solida base documentale e tecnica, può concludersi in tempi ragionevoli e condurre a una decisione in grado di ristabilire l’equilibrio tra le parti.

Dall’incubo di ristrutturazione alla storia di giustizia

In apparenza, questa è una vicenda che parla di pavimenti, impianti, terrazzi e tramezzi. In realtà, al centro ci sono la fiducia e la vulnerabilità di una famiglia che ha creduto in un progetto di rinnovamento e si è ritrovata intrappolata in una ristrutturazione incompiuta.

Con il supporto di un avvocato competente e di una prova tecnica ben costruita, è possibile trasformare un torto subito in una decisione che riconosce il danno, quantifica le somme dovute e restituisce alla famiglia la possibilità di ricominciare.

Per chi oggi si trovi in una situazione simile – lavori non completati, difetti evidenti, professionisti che non rispondono – questa storia rappresenta un invito a non rassegnarsi.

Dietro ogni cantiere fermo c’è una vicenda umana, e dietro ogni vicenda umana ci può essere un percorso legale capace di riportare equilibrio, dignità e, finalmente, una casa come la si era immaginata.

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